Contro l’atomizzazione sociale, per una democrazia partecipata e una città policentrica.

I settori sociali che nel tempo sono stati maggiormente vittime del capitalismo sono oggi quelli che più stanno pagando gli effetti della pandemia: dopo l’emergenza sanitaria si sta prefigurando il dramma sociale. La paura della crisi è in cima a tutte le preoccupazioni delle cittadine e dei cittadini, una crisi che è prima di tutto crisi di distribuzione della ricchezza, conseguenza di politiche, metodicamente perseguite negli ultimi decenni sia dal centro destra che dal centro sinistra, di impoverimento delle lavoratrici e dei lavoratori e dei settori popolari. Nonostante tutto assistiamo ancora, anche per la città di Trento, ad una prodigalità di interventi a sostegno delle macro-imprese, delle grandi opere inutili, di alcuni settori della popolazione cittadina: nessun intervento concreto viene posto in essere per lavoratori, precari, disoccupati, irregolari, per l’ambiente, la sanità, l’istruzione e le diverse periferie urbane e sociali.

Trento manca di un progetto, di una visione di futuro, eppure ne avrebbe molto bisogno. Le cittadine e i cittadini e tutti coloro che vivono o attraversano il territorio avvertono quotidianamente sulla propria pelle l’assenza di prospettive forti e chiare, di una riflessione unitaria sul destino di una città che sembra sempre più procedere a tentoni e a due velocità, divisa in compartimenti stagni senza un modello di sviluppo complessivo, un’idea unitaria di comunità.

Troppo spesso la tutela dei diritti e le concrete azioni di intervento sociale e ambientale si reggono sulla mobilitazione e sul lodevole lavoro di settori del volontariato, sulla capacità di iniziativa e organizzazione degli abitanti, variamente coordinati in associazioni, comitati, reti solidali e altre forme aggregative. Lo testimoniano le tante progettualità sociali e culturali, le esperienze di collaborazione e associazione, le pratiche di cura alla persona o di assistenza verso chi vive in situazioni di disagio, le azioni concrete volte alla riappropriazione degli spazi urbani o di tutela del territorio. Possiamo parlare di protagonismo sociale che dimostra la diffusa volontà di tante e tanti di farsi parte propositiva nella gestione della cosa pubblica, di avanzare idee, progetti: una cittadinanza attiva che sempre più di frequente è però costretta a porre in essere pratiche virtuose per fornire al territorio servizi, interventi materiali altrimenti mancanti.

Riteniamo che tutto questo non possa bastare per determinare una visione condivisa di città e che vi sia la necessità di pensare ad un programma politico in grado di rappresentare i bisogni e le esigenze di tutte e tutti in una prospettiva unitaria, garantita da un intervento pubblico e capillare ispirato non alla benevolenza caritatevole o emergenziale ma al senso di giustizia sociale e solidarietà, principi che sono annoverati nella nostra Costituzione. Ciò per noi vuol dire assumere con responsabilità il compito di intervenire ascoltando e interagendo con le diverse realtà locali e sociali, con chi da anni opera e lavora nei diversi settori, con chi avverte la rassegnazione, la solitudine e l’assenza di rappresentanza politica.

Consideriamo questo un modo di agire che si dovrebbe sempre anteporre ad ogni scelta istituzionale al fine di individuare i bisogni reali, elaborare soluzioni collettive per un reale cambiamento di rotta che determini un concreto lavoro di ricucitura sociale e politica, che permetta di organizzare e controllare dal basso l’azione e le scelte dell’amministrazione. Bisogna provare a ricostruire il tessuto di comunità, di quartiere e i luoghi di vita e lavoro per rompere l’atomizzazione delle relazioni sociali e superare la parcellizzazione di alcune lotte che spesso restano circoscritte a specifiche situazioni individuali o spaccati della società. È necessario ritornare a trattare le questioni sociali come questioni politiche generali da inserire in un progetto unitario. Ciò vuol dire recuperare il ruolo delle circoscrizioni, i luoghi di rappresentanza dei singoli territori e ogni forma e strumento di democrazia diretta e partecipata.

È in questa ottica che secondo noi la questione delle periferie geografiche e sociali da problema settoriale deve diventare sempre più sfida all’interno dei complessivi processi di pianificazione strategica e di riqualificazione urbana, in un progetto di valorizzazione culturale e territoriale dell’arcipelago policentrico quale è il territorio trentino.

Le diverse amministrazioni hanno sempre considerato Trento come la città, eppure ad essa pensiamo sia necessario rivolgersi usando il plurale: le diverse zone e i differenti complessi abitativi, i nuovi e vecchi insediamenti, i quartieri dormitorio, le molteplici realtà sociali ed economiche rappresentano spesso mondi a sé stanti.

L’aspetto che colpisce maggiormente è proprio la coesistenza di almeno “due città”. Da una parte un centro, oramai formato dal centro storico e dai centri commerciali, fino ad oggi oggetto di attenzione perché luogo privilegiato di estrazione di reddito e investimenti, ma che va svuotandosi progressivamente della sua anima vitale storica e culturale. Dall’altro le periferie geografiche e sociali, abbandonate all’incuria e vittime del vuoto politico proprio perché da esse non è possibile estrarre alcun profitto. Le periferie troppo spesso si identificano con le aree di maggiore marginalità e disagio economico e sociale, luoghi di ghettizzazione che di fatto non hanno accesso alla città e alle opportunità che il centro offre. Esse sostanzialmente includono e raccolgono le molteplici forme di precarietà di vita, ma purtroppo finiscono anche per essere stigmatizzate, nella retorica del decoro urbano, come emblema di quel degrado da perseguitare o nascondere per lustrare a nuovo il salotto della città pensato per accogliere turisti o soddisfare le esigenze ricreative di una sempre più ristretta cerchia di cittadine e cittadini.

La promozione sociale dei quartieri, il rilancio delle periferie e più in generale il ripensamento di nuove prospettive per Trento sono urgenze improrogabili se si intende riempire quei vuoti e avviare un processo reale di rigenerazione urbana, intesa come lotta alle marginalità e recupero dei luoghi in progressivo abbandono. È necessario un lavoro di riconnessione da e verso le periferie, di scambio fisico e culturale, di coinvolgimento attivo delle pluri-identità e soggettività, di localizzazione di servizi, centri culturali, sportivi e ricreativi in grado di creare comunità e integrazione. La riappropriazione degli spazi di quartiere non può quindi prescindere dal coinvolgimento delle scuole, delle biblioteche ma anche delle realtà locali che si occupano di bambini e giovani e in particolar modo degli anziani e dei soggetti più fragili o con disabilità.

Pensiamo ad esempio alle comunità di quartiere come centri di elaborazione e sviluppo delle progettualità e delle azioni, luoghi di dialogo e collaborazione tra soggetti diversi: istituzioni ed amministrazioni pubbliche, agenzie ed enti di servizio, abitanti e loro organizzazioni, operatori economici e singoli cittadini. Bisogna insomma pensare a veri e propri centri civici, poli di servizi e attività di iniziativa sociale e culturale come ad esempio ludoteche, cineforum, attività sportive, musicali, teatrali, scuole di lingua per stranieri, luoghi di aggregazione e sostegno per anziani. Un campo di intervento centrale è da considerare quindi il lavoro e il sostegno alle attività produttive: riutilizzare spazi abbandonati e degradati, riqualificare parchi, piazze, curare giardini, orti, promuovere attività socio-produttive, attivare forme di coinvolgimento degli abitanti e di riappropriazione degli spazi: un’opportunità unica per rafforzare le produzioni locali e sostenibili.

Una preziosa possibilità sono ad esempio le filiere corte della produzione agroalimentare di qualità delle piccole aziende agricole periurbane ancora esistenti e ogni forma di agricoltura polifunzionale. In un’azione di promozione il Comune può mettere in atto interventi per supportare cooperative socioeconomiche ed ogni forma di imprenditorialità locale e giovanile volta ad introdurre innovazione e sostenibilità ambientale, riciclo e distribuzione a filiera corta.

Pensiamo alle cooperative di comunità, ai mercati locali, ai laboratori di quartiere, ai consorzi di autorecupero strutturati capillarmente su una serie di servizi di vicinato al territorio: idraulica, elettricità, piccola manutenzione, servizi di cura (per anziani, bambini e disabili), energie rinnovabili, centri culturali polivalenti, sport popolare e ogni forma di microimpresa artigianale e di cura dei beni comuni.